Internet ci rende davvero più violenti?

Basta dare un’occhiata ai nostri social o nelle chat on-line per notare come non manchino mai, anche in luoghi insospettabili, offese, minacce e aggressioni rivolte ai più disparati soggetti. È probabile che anche noi stessi ci siamo ritrovati a usare un linguaggio aggressivo sul web senza rendercene conto più di tanto.

In foto si vede uno dei recenti personaggi ideati dal popolare comico Maurizio Crozza, nome in codice (nicknameNapalm-51, esempio grottesco ma realistico di come un individuo possa trasformarsi davanti a uno schermo inviando messaggi di odio e violenza per il solo gusto di accusare chiunque gli capiti a tiro, meglio se si tratta di un personaggio famoso, restando comodamente seduto sul divano di casa.

Non sappiamo come Napalm-51 si comporti nella vita “reale” al di fuori delle mura domestiche, magari è un uomo gentile e cortese che non si permetterebbe mai di attaccare verbalmente neanche il peggiore dei suoi vicini di casa!
Di certo, tutti noi possiamo riconoscere nel personaggio di Crozza un esempio di comportamento visto e rivisto in questi tempi di Internet, social e iperconnessione.

Altri elementi preoccupanti che fanno parte oramai della cronaca quotidiana e sono entrati di diritto nel nostro vocabolario, sono i fenomeni di cyberbullismo, gli haters e il cyberstalking, dove il prefisso cyber sta proprio a precisare che tali comportamenti avvengano e si diffondono grazie alla nostra presenza online ma che hanno degli effetti “reali” sulle vittime provocando ansia, depressione e isolamento sociale.

hater cyberbullismo

Quello che tenterò di fare in questo articolo è guardare al fenomeno dell’aggressività su internet da un punto di vista psicologico, e in particolare con l’aiuto della Psicologia Sociale, la branca della Psicologia che si occupa di studiare il comportamento degli individui all’interno dei gruppi sociali.

Un punto di vista interessante dato da questa disciplina proviene sicuramente dal contributo del libro “Psicologia del Male” di Piero Bocchiaro, un testo che analizza gli esperimenti più significativi riguardanti la violenza e l’aggressività e sposa la tesi secondo cui il contesto in cui ci troviamo ha un ruolo preponderante e può portarci ad assumere comportamenti violenti.
La Psicologia Sociale ha rilevato come fattori situazionali e contestuali influenzino atteggiamenti e comportamenti degli individui riuscendo a stimolare la comparsa di aggressioni verbali e/o fisiche nella maggioranza degli individui.

Un esempio classico di quello di cui stiamo parlando è il celebre studio di Philip Zimbardo della prigione di Stanford, del 1971, esperimento che è stato replicato in diverse culture, con le più svariate variabili e in diversi momenti con risultati però molto simili.

Foto scattata durante l’esperimento di Stanford

All’interno della prigione viene richiesto ai soggetti che partecipano allo studio di dividersi in due gruppi (in maniera del tutto casuale) dove un gruppo di soggetti assumerà il ruolo di guardie e l’altro quello dei prigionieri. Per alcuni giorni i partecipanti allo studio manterranno questi ruoli così come richiesto dagli sperimentatori. Bene, il risultato sorprendente è che l’esperimento veniva ripetutamente interrotto in quanto i partecipanti “prendevano troppo sul serio” le indicazioni sul loro ruolo nello studio (guardia/prigioniero) ed emergevano comportamenti violenti davvero preoccupanti. Nell’analisi statistica e psicologica degli studiosi si evidenziava come fosse proprio il contesto (luogo dell’esperimento, ruolo assunto, divisa indossata, ecc.) la dimensione che spiegava al meglio la comparsa di aggressioni da parte delle “guardie” e, aspetto probabilmente più preoccupante, spingeva i “prigionieri” a ritenere di meritare tali comportamenti.

Internet e la nostra vita on-line sono a tutti gli effetti un contesto sociale in cui interagiamo, acquistiamo, giudichiamo, ci informiamo e, come vedremo, alcune sue caratteristiche salienti possono influenzare i nostri atteggiamenti portandoci a mettere in atto comportamenti aggressivi. Riprendendo quindi l’ipotesi di Bocchiaro e Zimbardo possiamo guardare al fenomeno dell’aggressività on-line come a dei comportamenti che avvengono all’interno di un frame relazionale, uno specifico insieme di caratteristiche psicologiche e fisiche che caratterizzano il “luogo” internet e lo rendono diverso da qualsiasi altro (lavoro, famiglia, discoteca, ecc.).

internet smartphone connessione

Ma quali sarebbero queste caratteristiche del Web che lo differenziano da altri luoghi?

Una psicologa e ricercatrice che si è occupata di studiare e descrivere quali sono le caratteristiche del mondo web e di come si differenzi dagli altri è Patricia Wallace, professoressa di Psicologia al Maryland University College che ha dedicato molto del suo percorso accademico a comprendere in quali modi Internet e l’avvento del digitale influenzino il nostro comportamento e la nostra mente. La premessa necessaria da fare è che non tutti gli ambienti di internet sono uguali e cercare di capire le motivazioni sottostanti un comportamento è sempre un’operazione complessa e articolata. Secondo la Wallace sarebbe possibile però individuare almeno 5 dimensioni che rendono il contesto Internet un luogo di facile conflitto tra essere umani.

1. AMBIGUITÀ DEL MESSAGGIO COMUNICATIVO   

Come ci ricordano diverse pubblicità in tv non siamo mai stati così capaci di comunicare al di la delle distanze geografiche e dei limiti fisici che intercorrono tra due comunicanti. Una notizia riguardante il Sud Africa può essere letta in Giappone in pochissimi minuti (pensate alla potenza di Twitter), e tutto questo non sarebbe possibile senza Internet e la sua straordinaria capacità di metterci in connessione. Ciò che risulta interessante ai fini di questo articolo è che i messaggi in forma scritta si prestano più facilmente a interpretazioni ambigue. Senza la possibilità di percepire il tono, l’espressione facciale e altri aspetti verbali e paraverbali di un messaggio comunicativo è possibile travisare l’intenzione con cui il messaggio è stato scritto. Spesso tentiamo di rendere i nostri messaggi più chiari con l’aiuto delle Emoticon, ma non sempre il risultato è quello sperato.

chat haters incomprensioni
Stralcio di una interazione “ambigua” su Facebook

2. ANONIMATO  

In un altro classico studio del Professor Zimbardo sugli effetti negativi dell’anonimato, veniva richiesto ai partecipanti di somministrare delle scosse elettriche a una vittima a loro sconosciuta (i partecipanti erano anche all’oscuro del fatto che ovviamente non veniva somministrata nessuna scossa elettrica nella realtà e la vittima era un complice degli sperimentatori). Ad alcuni partecipanti veniva richiesto di indossare un cappuccio e un camice allo scopo di aumentare il senso di anonimato. Questi ultimi hanno somministrato scosse più lunghe rispetto a chi poteva essere visto in viso dalla vittima dello studio. Il fatto di non essere riconoscibili rendeva più facile la messa in atto in azioni aggressive.

A differenza di quanto accadrebbe lungo la strada di casa, un conflitto o un litigio con un altro individuo su Internet non porta a conseguenze immediate. Il concetto di anonimato è di fatti  più complesso della semplice assenza di nome associato ad una determinata azione. Una componente centrale dell’anonimato è infatti l’identificabilità. Per capire di cosa stiamo parlando basta pensare alle interazioni su Facebook dove, nella stragrande maggioranza dei casi, viene utilizzato il nome di battesimo ma non per questo sono assenti aggressioni, offese o umiliazioni. È proprio la scarsa identificabilità unita alla distanza fisica che promuove questo genere di comportamenti, infatti leggendo un articolo o un post sul web non ci è possibile risalire semplicemente alla posizione geografica, al genere, il credo religioso, l’etnia e altre caratteristiche dell’autore, a meno che non sia proprio lui a fornirle.

Altro elemento centrale per comprendere la complessità dell’anonimato nelle nostre interazione digitali è la visibilità. La presenza di strumenti che permettono a chi partecipa ad una comunicazione on-line di riconoscere l’interlocutore (la webcam ad esempio) riducono i conflitti e i commenti litigiosi nei gruppi di lavoro. Diversi studi hanno infatti confermato, rileva la Wallace, come sia direttamente misurabile il fattore di visibilità nell’aumentare la disinibizione degli utenti sul web.

L’assenza di contatto visivo tra i “litiganti” ci aiuta a capire la massiccia presenza di comportamenti aggressivi in rete e ci conferma il ruolo importante giocato dall’anonimato. In uno studio pubblicato sulla rivista Computer in Human Behavior, ai soggetti partecipanti veniva richiesto di avviare una conversazione via chat con un interlocutore sconosciuto per risolvere il dilemma del “farmaco salvavita”, in cui un partecipante doveva convincere l’altro che il proprio amico era la persona a cui doveva assolutamente destinare l’ (ipotetico) unico farmaco salvavita rimasto in circolazione. Gli sperimentatori hanno dimostrato come nei casi in cui non veniva indicato il nome dei soggetti oppure non era possibile vedere via webcam il volto dell’altro e, soprattutto, quando non c’era contatto visivo tra i partecipanti le conversazioni erano più litigiose e aggressive. Questo studio potrebbe far luce sul fatto che molti utenti dei social network nonostante utilizzino i loro nomi di battesimo come il nome utente, non rinuncino a utilizzare insulti e aggressioni nei loro commenti o post, disinteressati a possibili ritorsioni o punizioni. Un’ipotesi suggestiva a questo riguardo è che venga a mancare l’attivazione dei Neuroni a Specchio, implicati nei processi psichici riguardanti l’empatia e il rispecchiamento.

3. METODO PER SFOGARE LA RABBIA  

Nel cercare di interpretare le motivazioni sottostanti agli attacchi sul web verrebbe da pensare che per molti individui sia un metodo per sfogare la rabbia e la frustrazione.
La psicologia cognitiva ha evidenziato come ci sia una relazione tra la propria frustrazione e aggressività espressa, ipotesi che conferma come l’utilizzo di contenuti e messaggi violenti nel mondo digitale possa essere ricondotto ad un bisogno di catarsi, un modo per canalizzare delusioni, incomprensioni e aspettative rimaste inattese attaccando qualcuno su Internet.

Anche la Psicoanalisi mette in guardia sul rischio che la frustrazione venga incamerata continuamente senza mai essere sublimata con mezzi e strumenti adeguati.
Quello che però la Prof.ssa Wallace vuole dirci attraverso l’analisi di svariati esperimenti, è che chi utilizza Internet per gestire la rabbia non raggiunge i risultati sperati, anzi il contrario, per alcuni i vissuti negativi tendono addirittura ad intensificarsi! In tal modo è anche possibile che si attivi un circolo vizioso, dove più un individuo cerca di sfogare la sua rabbia nel mondo digitale più si percepirà come frustrato e arrabbiato.

4. PERMANENZA  

Quando parliamo o abbiamo degli scontri faccia a faccia sappiamo che quelle che diciamo rimarrà nella memoria dei partecipanti alla comunicazione e potremmo anche dimenticare le esatte parole usate nella conversazione.
Bene sul WEB non funziona esattamente così.
A nostre spese abbiamo imparato che ciò che viene scritto nelle nostre bacheche, nelle nostre mail e nelle nostre chat, a differenza di quanto si pensasse anni fa, ha una natura permanente.
Certo possiamo cancellare dei messaggi sgraditi e svuotare la casella di posta, ma ciò che pubblichiamo nei nostri profili rischia di rimanere a disposizione degli utenti interessati per molto tempo. Ciò è in contrasto con l’istantaneità e la velocità della comunicazione on-line purtroppo e vari casi di cronaca hanno documentato come sia necessario un attento lavoro di educazione digitale per grandi e piccini per prevenire la diffusione di contenuti sgraditi ai protagonisti dei video, chat, tweet, ecc.

5. AMPLIFICAZIONE   

I contenuti delle nostre interazioni rimangono presenti sul web oltre le nostre intenzioni, ma possono anche avere una diffusione difficilmente pensabile anche solo qualche anno fa. Anche se l’idea dell’utente di Internet fosse quella di inviare un messaggio con il solo intento di comunicare con il suo interlocutore, al contrario, il suo messaggio potrebbe anche essere letto da centinaia o migliaia di persone in tutto il mondo.  Ciò a direttamente connesso con il problema dell’aggressività su Internet, perché un messaggio aggressivo, una presa in giro o un attacco diretto a un nostro antagonista può avere una potenza molto diversa da quello che immaginavamo e raggiungere altri utenti che mai avremmo voluto leggessero le nostre comunicazioni.

In conclusione possiamo ipotizzare che la risposta alla domanda iniziale “Se Internet ci rende più violenti” è Si, è possibile.

Gli studi svolti nell’ambito della Psicologia Sociale e Sperimentale uniti alle moderne ricerche svolte da esperti di comunicazione on-line e sui social network ci dicono che Internet può essere un luogo che promuove e permette l’espressione di azioni aggressive e offensive. La ricerca in questo campo è ancora agli inizi ma i primi risultati sembrano andare proprio in questa direzione. Ovviamente Internet è una variabile che da sola non può spiegare interamente i comportamenti umani, la personalità individuale, le condizioni di vita, l’educazione ricevuta e un buon grado di benessere psico – sociale hanno un impatto comunque molto rilevante nel dare un significato ai comportamenti aggressivi.

Cosa fare se vi riconoscete nei temi presentati in questo articolo e volete evitare di essere aggressivi nella vostra vita on-line?

 Vi consiglio di proseguire la lettura con l’articolo “5 strategie per smettere di essere aggressivi su Internet”.

Approfondimenti e Bibliografia

Bocchiaro, P. (2011). Psicologia del male. Gius. Laterza & Figli Spa.
www.prisonxp.org
Wallace, P. (2015). The psychology of the Internet. Cambridge University Press.
Zimbardo, P. G., Haney, C., Banks, W. C., & Jaffe, D. (1972). Stanford prison experiment: A simulation study of the psychology of imprisonment. Philip G. Zimbardo, Incorporated.
Zimbardo, P. G. (2004). A situationist perspective on the psychology of evil: Understanding how good people are transformed into perpetrators. The social psychology of good and evil, 21-50.